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19 Ott 2017
ISA Stern Zanin

Addio agli studi di settore: dal 2018 arrivano gli I.S.A.

Niente più congruità con il passaggio agli I.S.A (Indici Sintetici di Affidabilità) è il primo passo verso un modello di compliance. Così, con una nota, il M.E.F. ha annunciato l’avvio di un processo con l’obiettivo di superare gli studi di settore che diventeranno dei veri e propri indicatori di compliance.

Infatti, con l’art. 9-bis del Decreto Legge n. 50/2017, recante disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo, il M.E.F. ha sottolineato la volontà di abbandonare gli studi di settore ed introdurre strumenti basati sul grado di affidabilità del contribuente (c.d. I.S.A.). Questo nuovo strumento di compliance, per la verità, è stato inizialmente introdotto con il Decreto Legge n. 193/2016, il quale aveva previsto, a decorrere dal periodo d’imposta 2017, il superamento degli studi di settore e l’applicazione di nuovi indicatori.

 

ISA Stern ZaninGli Obiettivi

Ad oggi gli studi di settore costituiscono uno strumento di accertamento fiscale di tipo induttivo che permette all’Amministrazione Finanziaria di ricostruire il reddito prodotto dal contribuente e che, tuttavia, nel corso degli anni sono risultati essere obsoleti e oggetto di continue modifiche da parte del Fisco. Diversamente, a partire dal periodo d’imposta 2017, il Legislatore ha deciso di introdurre degli indicatori di compliance con la conseguenza, da un lato di permettere l’emersione spontanea di basi imponibili e, dall’altro, di stimolare l’assolvimento spontaneo degli obblighi tributari.

Da ciò si deduce che gli I.S.A. hanno l’obiettivo di migliorare e rafforzare la collaborazione con l’Amministrazione Finanziaria, individuando il grado di affidabilità del contribuente il cui range va da 1 a 10. Più è alto il punteggio ottenuto dal contribuente e maggiori saranno i benefici applicabili, tra i quali:

  • preclusione dagli accertamenti basati sulle presunzioni semplici ex art. 39, comma 1, lett. d) del D.P.R. 600/1973 ed ex art. 54, comma 2 del D.P.R. 633/1972;
  • riduzione di un anno del termine di decadenza dell’attività di accertamento ex art. 43, comma 1 del D.P.R. 600/1973 ed ex art. 57, comma 1 del D.P.R. 633/1972;
  • possibilità, da parte dell’Amministrazione Finanziaria, di applicare l’accertamento sintetico (c.d. redditometro), soltanto se il reddito accertato eccede di 2/3 da quello dichiarato;
  • l’esclusione dall’applicazione della disciplina sulle società di comodo.

 

Indicatori Stern ZaninGli Indicatori

Gli I.S.A., così come pensati dal Legislatore, sono formati da due tipologie di indicatori:

  • indicatori di affidabilità: valutano l’attendibilità analizzando le grandezze di natura strutturale e contabile tipici del settore confrontandoli con i dati messi a disposizione dal contribuente;
  • indicatori di anomalia: valutano situazioni di anomalia/coerenza del profilo contabile e gestionale che presentano elementi atipici rispetto al settore.

 

Tuttavia, gli indicatori di affidabilità non risultano applicabili, così come previsto dall’art. 9-bis del Decreto Legge n. 50/2017, nei seguenti casi:

  • inizio o cessazione dell’attività nel periodo d’imposta;
  • presenza di una situazione di non normale svolgimento dell’attività;
  • aver dichiarato nel periodo d’imposta, ricavi o compensi di ammontare superiore al limite stabilito con Decreto di approvazione o revisione dei relativi indici.

Peraltro, il M.E.F. per rendere operativa la riforma, ha indicato che nel breve periodo dovranno essere studiati i vecchi indicatori e distinguerli in due categorie:

  • per gli indicatori che nel passato sono risultati efficaci, è opportuno procedere ad una semplificazione delle informazioni e dei dati, migliorandone l’efficacia. In questo modo saranno individuati degli I.S.A. semplici ma allo stesso tempo efficaci partendo già da una struttura esistente;
  • invece, per gli indicatori che negli anni passati non sono risultati efficaci, è necessario adottare un approccio più estremo, abbandonando la vecchia struttura ed individuando informazioni più semplici con evidenze empiriche immediatamente visibili al contribuente. Se anche in questo caso i nuovi indicatori risultassero inefficaci, allora, sarebbe opportuno per l’Agenzia delle Entrate abbandonare una logica presuntiva perché non applicabile ad alcuni settori.

Tuttavia, con l’introduzione dei nuovi adempimenti periodici a carico del contribuente (liquidazioni periodiche Iva, Spesometro trimestrale, ecc.) e con l’anticipazione dell’invio telematico della Dichiarazione Annuale Iva, i nuovi indicatori dovrebbero essere rivisti ed integrati data la molteplicità di dati ed informazioni a disposizione con largo anticipo dall’Agenzia delle Entrate. Pertanto, a questo punto, ci si domanda se i nuovi indicatori saranno effettivamente utili per l’acquisizione delle informazioni, oppure, potrebbero rilevarsi soltanto un ulteriore adempimento a carico del contribuente.

 

Le Difficoltà

Diversi sono i problemi già presenti con i nuovi indicatori di affidabilità.
Il più importante riguarda l’adeguamento dei ricavi stimati che, precedentemente alla riforma, ha permesso alle imprese di adeguarsi ed evitare un accertamento da parte dell’Amministrazione Finanziaria.
Ora, con i nuovi strumenti, risulterà difficile pensare di migliorare il “voto” che verrà dato al contribuente, salvo i casi in cui, essendo ancora monitorati i ricavi, si potrebbe portare a ritenere comunque ancora possibile una sorta di adeguamento, anche se cambieranno quasi sicuramente le modalità.

Un altro problema sorge con riferimento alla normativa sulle società di comodo. Infatti, se un’impresa era considerata congrua e coerente, vi era l’esclusione dalla disciplina delle società di comodo, sia per le società operative che per quelle in perdita sistematica.
Ora, invece, con la perdita della “coerenza” e “congruità” sarebbe opportuno anche intervenire per coordinare i nuovi indicatori con la disciplina sulle società di comodo ex art. 30, comma 1, lett. c) n. 6 sexties della Legge n. 724/1994 individuando, a parere di chi scrive, almeno il punteggio minimo oltre il quale le società sarebbero esonerate dall’applicazione della normativa.

 

In conclusione, quindi, al Legislatore spetta il compito di rimuovere tutti i dubbi che sono sorti con i nuovi indicatori e, se l’obiettivo è di collaborare con il contribuente, agli studi di settore non serve solo un cambio di denominazione, ma una vera e propria revisione che li integri in una strategia di compliance basata sull’incrocio delle banche dati a disposizione dell’Agenzia delle Entrate.

 

Dott. Mattia GianniniDottore Commercialista

 

17 Ott 2017
Bonus Formazione Stern Zanin

Bonus Formazione Stern ZaninDa Industria 4.0 si passa al Piano Impresa 4.0

Il capitolo “lavoro-formazione” rappresenta uno degli asset fondamentali del piano nazionale Impresa 4.0, nella convinzione che la rivoluzione tecnologica digitale, per produrre risultati concreti, debba essere accompagnata da un forte investimento sulle competenze e sull’aggiornamento professionale.

Il piano Impresa 4.0, si arricchisce del riconoscimento di un credito d’imposta per le spese di formazione sostenute dalle imprese che effettuano investimenti in nuove tecnologie industriali, con l’obiettivo di riqualificare le proprie risorse umane.

Nel 2018 le imprese che effettueranno una spesa incrementale in formazione avranno accesso al cosiddetto “credito di imposta su Formazione 4.0”.  Tale credito di imposta si applicherà solo alle spese relative ai costi sostenuti per formare il personale sulle seguenti tematiche: vendita e marketing; informatica; tecniche e tecnologie di produzione.

La misura, ancora in cantiere, dovrà prevedere lo sconto fiscale del 50% con limite di spesa di 10 milioni di euro, con la riproposizione, in sostanza, dell’attuale formula del credito in ricerca e sviluppo, ossia verrà ammesso all’incentivo l’investimento incrementale rispetto al triennio precedente (2015 – 2017).

Tale misura completa il quadro della serie di bonus, previsti nel corso degli ultimi anni dal Legislatore nazionale, per favorire la ripresa del sistema Paese.

 

Dott. Daniele ContiConsulenza Aziendale

 

11 Ott 2017
Tax Credit Alberghi 2017/2018

Tax Credit Alberghi 2017/2018Tax Credit Alberghi 2017 per la Riqualificazione delle Strutture Ricettive

La misura chiamata “Tax Credit Alberghi” è stata istituita con il Decreto “Art Bonus” Dl 83/2014 ed è stata introdotta nel 2014 con il fine di rilanciare la competitività delle strutture alberghiere.

 

La legge di Stabilità 2017 ha prorogato anche per gli anni 2017 e 2018 la Tax Credit Alberghi introducendo importanti novità. Fino al 2016, infatti, la detrazione fiscale applicabile era fissata nella misura del 30% delle spese sostenute per la riqualificazione delle strutture ricettive, fino a un massimo di 200 mila euro. A partire dal 2017, invece, la percentuale è del 65%. Tra i beneficiari vengono incluse dal 2017 anche le strutture che svolgono attività agrituristica, di cui alla L. 96/2006, considerato che tali strutture rappresentano un segmento significativo della ricettività, e contribuiscono allo sviluppo di un’offerta turistica di qualità.

Le strutture ricettive che possono richiedere il bonus sono

  • alberghi, villaggi-albergo, residenze turistiche, alberghi diffusi, condhotel, marina resort e dal 2017 anche gli agriturismi;
  • devono essere state aperte entro il primo gennaio del 2012;
  • devono avere un minimo di 7 camere.

Non posso richiedere la Tax Credit Alberghi le seguenti strutture ricettive:

  • Ostelli della gioventù;
  • Rifugi di montagna;
  • Colonie marine e montane;
  • Affittacamere per brevi soggiorni;
  • Case ed appartamenti per vacanza;
  • Bed & breakfast.

 

Gli interventi eleggibili al credito d’imposta sono:

  • eliminazione delle barriere architettoniche;
  • ristrutturazione edilizia;
  • manutenzione straordinaria;
  • restauro e risanamento conservativo;
  • incremento dell’efficienza energetica;
  • acquisto di mobili e componenti d’arredo destinati esclusivamente agli immobili oggetto degli interventi.

Il Credito andrà ripartito in 2 (anziché 3) quote annuali di pari importo e utilizzato a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in cui gli interventi sono stati realizzati.

Può essere utilizzato esclusivamente in compensazione nel mod. F24, tramite i servizi telematici messi a disposizione dell’Agenzia delle Entrate.

L’Agenzia nella Risoluzione 15.9.2017, n. 118/E ha precisato che le strutture alberghiere che beneficiano del credito d’imposta in esame possono usufruire, per i medesimi investimenti, anche del c.d. maxi ammortamento (maggiorazione del 40% del costo di acquisizione dei beni strumentali nuovi).

 

Come presentare la domanda:

Per poter richiedere la Tax Credit Alberghi 2017, dal primo gennaio al 28 febbraio 2018 (salvo proroghe), le imprese interessate potranno presentare la domanda telematicamente al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo che dovrà comunicare le modalità di invio e le date di scadenza.

La domanda dovrà essere corredata, a pena di inammissibilità, dalla seguente documentazione amministrativa e tecnica:

  • dichiarazione dell’imprenditore che elenchi gli interventi effettuati;
  • attestazione dell’effettivo sostenimento delle spese da parte del Presidente del Collegio sindacale, Revisore legale, professionista iscritto nell’Albo dei dottori commercialisti ed esperti contabili, dei periti commerciali o dei consulenti del lavoro ovvero del responsabile del CAF;
  • dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà relativa agli altri aiuti “de minimis” eventualmente fruiti nell’esercizio in corso e nei 2 precedenti.

Si precisa che le risorse sono assegnate sulla base dell’ordine di presentazione delle domande (c.d. “click day”) e fino al relativo esaurimento.

 

Dott. Giovanni De SummaDottore Commercialista, Revisore Legale dei Conti
Dott. Matteo Petrella – Dottore Commercialista, Revisore Legale dei Conti

 

3 Ott 2017
Bonus Pubblicità Stern Zanin

Bonus Pubblicità Stern ZaninCredito d’Imposta per le Spese Pubblicitarie

Con la conversione in legge del D.L. 50/2017  è stato introdotto il Bonus Pubblicità

A partire dal 2018 sarà riconosciuto ad imprese e lavoratori autonomi, che decideranno di investire in pubblicità, un credito d’imposta pari al 75% della spesa incrementale rispetto a quanto investito in campagne pubblicitarie nell’anno precedente, tale percentuale è maggiorata al 90% nel caso di micro imprese, PMI e start up innovative. Il bonus è una delle novità fiscali previste dalla Manovra bis e si attende nei prossimi giorni l’emanazione del decreto attuativo che ne chiarirà gli aspetti operativi e controversi. 

L’introduzione del bonus assolve una duplice funzione, da un lato incentivare gli investimenti in pubblicità e contestualmente dall’altro arginare la crisi strutturale in cui versa il settore dell’editoria. 

L’agevolazione consiste nell’attribuzione di un credito d’imposta di cui potranno beneficiare imprese e lavoratori autonomi, a prescindere dalla forma giuridica e dall’iscrizione ad un albo professionale, che decideranno di investire in pubblicità.  Per questi ultimi, si ricorda che, a seguito delle liberalizzazioni degli anni scorsi è ammessa con ogni mezzo la pubblicità informativa avente ad oggetto l’attività delle professioni regolamentate, le specializzazioni e i titoli posseduti attinenti alla professione, la struttura dello studio professionale e i compensi richiesti per le prestazioni. 

Il Bonus pubblicità sarà concesso a condizione che in un determinato anno l’ammontare degli investimenti in pubblicità sia superiore almeno dell’1% a quello degli investimenti effettuati nell’anno precedente con riferimento allo stesso mezzo di informazione. 

Ai fini del riconoscimento del credito d’imposta, potranno essere considerati gli investimenti in campagne pubblicitarie effettuate attraverso: 

  • stampa periodica o quotidiana, 
  • emittenti televisive, 
  • emittenti radiofoniche locali, analogiche o digitali. 

 

L’entità del credito d’imposta sarà determinato applicando una percentuale all’investimento incrementale in pubblicità ovvero alla differenza tra gli investimenti in pubblicità effettuati nell’anno e gli investimenti in pubblicità dell’anno precedente sugli stessi mezzi di informazione. La percentuale da applicare è diversificata in base al soggetto beneficiario e sarà pari al: 

  • 75% nel caso di imprese e lavoratori autonomi, 
  • 90% se i destinatari sono micro imprese, piccole e medie imprese e start up innovative. 

 

Il credito d’imposta spettante potrà essere utilizzato solo in compensazione e per la sua concessione è previsto inoltre un tetto massimo che verrà stabilito annualmente con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM). 

Il bonus pubblicità dovrebbe essere attribuito nel 2018 con riferimento agli investimenti in pubblicità posti in essere a partire dall’entrata in vigore della legge di conversione avvenuta il 24.06.2017, ma per avere conferma del periodo temporale di sostenimento delle spese pubblicitarie si attende il Decreto attuativo ministeriale che modalità e criteri di attuazione con particolare riguardo a tipologie di investimenti ammessi al beneficio, casi di esclusione, procedure di concessione e di utilizzo del beneficio, documentazione richiesta, controlli, modalità finalizzate ad assicurare il rispetto del limite di spesa. 

La legge esplicita che non saranno agevolabili e quindi non potranno rientrare nel credito d’imposta gli investimenti pubblicitari su Web o Mobile, ma rimane da chiarire se rientreranno nell’agevolazione gli investimenti pubblicitari su testate on line.

 

Dott.ssa Claudia Metallo – Dottore Commercialista

 

28 Set 2017
Proroga Iper Ammortamento

Proroga Iper AmmortamentoIper Ammortamento: Nuova Proroga al 30/09/2018

Legge 3 agosto 2017 n. 123 ha dato ufficialmente il via alla proroga di tre mesi per usufruire dell’iper ammortamento. 

Il piano Industria 4.0 introdotto con la Finanziaria 2017 è entrato nella sua seconda fase subito dopo l’estate. La commissione Bilancio del Senato in sede di conversione del c.d. “Decreto Sud” (DL n.91/2017) convertito nella legge n. 123/2017, ha diviso le strade per l’iper e il super ammortamento. Ha infatti disposto la proroga del termine per effettuare gli investimenti ammissibili all’iper ammortamento al 30 settembre 2018 in luogo del precedente termine previsto al 30 giugno 2018. 

 

COSA CAMBIA SOTTO IL PROFILO TEMPORALE 

A seguito delle disposizioni di cui all’art. 14 comma 1 del citato DL n.91/2017, che ha modificato il comma 9 dell’art. 1 Finanziaria 2017, la maggiorazione del 150% si potrà applicare agli investimenti in beni strumentali nuovi ad alto contenuto tecnologico (elencati nell’allegato A alla L. 232/2016) effettuati entro il 31.12.2017 ovvero il 30.09.2018 (antecedentemente era il 30.06.2018), a condizione che: 

  • Il relativo ordine risulti accettato dal venditore 
  • Sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione 

È importante ricordare che, per individuare il momento di imputazione dell’investimento e pertanto la possibilità di beneficiare o meno della maggiorazione del 150%, va fatto riferimento al principio di competenza ex art. 109, commi 1 e 2 TUIR. Inoltre, dal momento di effettuazione degli investimenti deve distinguersi l’esercizio dal quale è possibile fruire dei benefici fiscali: di tali agevolazioni fiscali se ne potrà beneficiare solo a partire dall’esercizio in cui il bene è entrato in funzione (art. 102 comma 1 TUIR).  

Le maggiorazioni in esame hanno rilevanza soltanto ai fini IRPEF / IRES e sono pertanto usufruibili nella relativa dichiarazione dei redditi. Le stesse non producono effetti ai fini IRAP anche nei confronti dei soggetti che determinano la base imponibile con il metodo fiscale ex art. 5-bis, D.Lgs. n. 446/97. 

 

CONDIZIONI PER USUFRUIRE DELLA MAGGIORAZIONE  

L’Agenzia delle Entrate con la circolare n.  4/E/2017 ha chiarito come effettuare la verifica delle suddette condizioni. Nello specifico, ha fornito importanti chiarimenti effettuando una distinzione tra:  

  • Beni acquisiti in proprietà: la circolare spiega che la verifica dei momenti temporali sono facilmente individuabili, sia del momento dell’accettazione dell’ordine da parte del venditore che quello del pagamento di acconti per almeno il 20% entro il 31 dicembre 2017. Il contribuente è, infatti, tenuto a conservare idonea documentazione giustificativa, ad esempio: copia dell’ordine, corrispondenza anche tramite email, bonifici, ecc.
     
  • Beni acquistati in leasing: l’iper ammortamento spetterà per i contratti che entro la data del 31.12.2017 abbiano sottoscritto il relativo contratto tra le parti e sia avvenuto il pagamento di un maxi – canone in misura almeno pari al 20% della quota del capitale dovuta al locatore. Pertanto, spetterà anche per i contratti di leasing per i quali il momento di effettuazione dell’investimento si sia verificato oltre il 31.12/.2017 ma comunque entro il 30.09.2018. 
  • Beni realizzati mediante contratto di appalto: l’iper ammortamento spetterà per i contratti che entro la data del 31.12.2017 risultino sottoscritti da entrambi le parti e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20% del costo complessivo previsto nel contratto. Pertanto, spetterà anche per i contratti di appalto per i quali il momento di effettuazione dell’investimento si sia verificato oltre il 31.12.2017 ma comunque entro il 30.09.2018.
     
  • Beni realizzati in economia: l’iper ammortamento spetterà anche ai lavori iniziati nel corso del periodo agevolato, ovvero iniziati/sospesi in esercizi precedenti a tale periodo, ma limitatamente ai costi sostenuti nel periodo in questione. Pertanto, condizione necessaria per usufruire dell’estensione del beneficio, è che entro il 31.12.2017 risultino sostenuti costi almeno pari al 20% dei costi complessivamente sostenuti nel periodo 01.01.2017 – 30.09.2018. 

 

Dott.ssa Diletta AvellaDottore Commercialista, Revisore Legale dei Conti

 

19 Set 2017
Rottamazione Agenzia delle Entrate

Rottamazione Agenzia delle EntrateAgenzia delle Entrate: Definizione agevolata liti pendenti entro il 2/10 

L’art. 11, DL n. 50/2017, c.d. “Manovra correttiva”, ha reintrodotto la definizione agevolata delle controversie tributarie. 

 

L’Agenzia delle Entratecon la Circolare 28.7.2017, n. 22/E, ha fornito una serie di chiarimenti in merito alla definizione agevolata delle liti pendenti, ossia alla possibilità di chiudere le controversie in cui è parte la stessa Agenzia, in ogni stato e grado del giudizio.  

Ai fini della definizione l’interessato, entro il 2.10.2017, deve: 

  • presentare l’apposita domanda utilizzando il modello approvato dall’Agenzia delle Entrate con il Provvedimento del 21.7.2017; 
  • versare (unica soluzione/prima rata) quanto dovuto a titolo di maggior imposta nonché gli interessi da ritardata iscrizione a ruolo, con esclusione delle sanzioni collegate al tributo e degli interessi di mora. 

Più specificatamente, sono definibili le liti devolute alla giurisdizione tributaria di cui all’art. 2, D.lgs. n. 546/92 pendenti presso: 

  • le Commissioni tributarie provinciali, regionali, di primo e di secondo grado di Trento e Bolzano; 
  • la Corte di Cassazione. 

Al fine di individuare le liti in cui è parte l’Agenzia delle Entrate, secondo quanto chiarito nella citata Circolare n. 22/E, va fatto riferimento “alla nozione di parte in senso formale e, quindi, alle sole ipotesi in cui l’Agenzia delle entrate sia stata evocata in giudizio o, comunque, sia intervenuta”. Ne deriva che non sono definibili le liti: 

  • nelle quali l’Agenzia, pur essendo titolare del rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio, non sia stata destinataria dell’atto di impugnazione e non sia stata successivamente chiamata in giudizio né intervenuta volontariamente; 
  • nelle quali è parte esclusivamente l’Agente della riscossione, anche se relative a tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate; 
  • aventi ad oggetto sanzioni amministrative non di natura tributaria, ancorché l’Agenzia sia stata chiamata in giudizio (ad esempio, sanzioni per l’impiego di lavoratori “irregolari” o per l’irregolare conferimento di incarichi a dipendenti pubblici).

Sono altresì definibili le liti relative ad atti emessi dall’Agenzia delle Entrate aventi come parte in giudizio, assieme all’Agenzia, anche l’Agente della riscossione. 

 

Presentazione della domanda e pagamento

La domanda di definizione va presentata all’Agenzia delle Entrate entro il 2.10.2017 (il 30.9 cade di sabato), esente da bollo, utilizzando l’apposito modello “Domanda di definizione agevolata delle controversie tributarie pendenti” (mod. DCT) approvato dall’Agenzia delle Entrate con il già citato Provvedimento del 21.7.2017. 

Per poter presentare la domanda di definizione è necessario che la lite sia ancora pendente al momento della presentazione della domanda, poiché la lite è definibile, come statuito dal comma 3 dell’art. 11 DL n. 50/2017, soltanto nel caso in cui “alla data di presentazione della domanda … il processo non si sia concluso con una pronuncia definitiva”. 

Va evidenziato che va presentata una distinta domanda di definizione per ciascuna controversia autonoma, ossia riferita a ciascun atto impugnato. Ciò anche in presenza di riunione di più giudizi, salvo il caso in cui la stessa sia effettuata avverso, ad esempio, l’atto impositivo e la cartella di pagamento.  

La definizione consente di pagare in un’unica soluzione, oppure, se l’importo netto dovuto è superiore a 2.000 euro, in due o tre rate, con la possibilità di avvalersi dell’istituto della compensazione.  

In caso di pagamento dilazionato, le rate saranno articolate secondo le seguenti scadenze: 

Pagamento in 3 rate: 

  • 1° rata con scadenza il 2 ottobre 2017 – 40% dell’importo complessivo; 
  • 2° rata con scadenza il 30 novembre 2017 – 40% dell’importo complessivo; 
  • 3° rata con scadenza il 2 luglio 2017 – 20% dell’importo complessivo.

Pagamento in 2 rate: 

  • 1° rata con scadenza il 2 ottobre 2017 – 40% dell’importo complessivo; 
  • 2° rata con scadenza il 30 novembre 2017 – 60% dell’importo restante. 

 

Se la lite riguarda esclusivamente sanzioni non collegate ai tributi o interessi di mora, la definizione comporta l’abbattimento al 40% degli importi in contestazione. Sono naturalmente da sottrarre gli importi già versati in pendenza di giudizio e, chi ha già presentato entro il 21 aprile scorso la domanda di definizione agevolata dei carichi affidati prevista dall’art. 6 del DL 193/2016, scomputa anche gli importi dovuti per detta “rottamazione” dei ruoli, dovendo usufruire unitamente delle due agevolazioni.

 

Dott.ssa Arianna Pennacchio – Dottore commercialista, Revisore legale dei conti

 

6 Set 2017
Proroga Spesometro 2017

Proroga Spesometro 2017Viene posticipato dal 16 settembre al 28 settembre 2017 il termine per effettuare la comunicazione all’Agenzia delle Entrate dei dati delle fatture emesse e ricevute relative al primo semestre del 2017.

La proroga dello Spesometro 2017 è stata confermata ufficialmente dal Ministero dell’Economia e delle finanze. Si tratta del terzo rinvio.

Sono tenuti alla comunicazione dei dati delle fatture emesse e ricevute tutti i soggetti passivi IVA.

La comunicazione deve essere inviata solo in forma analitica indicando i dati dei soggetti coinvolti nella fattura, la data e il numero di fattura, la base imponibile, l’aliquota applicata e l’imposta, la tipologia di operazione ai fini IVA.

Da tale nuovo rinvio resta esclusa la scadenza del 18 settembre per la trasmissione dei dati della liquidazione IVA relativa al secondo trimestre 2017.

3 Mar 2017

equitaliaCome tutti sanno entro il 31 marzo 2017 va presentata la domanda per aderire alla rottamazione delle cartelle e che entro il 31 maggio Equitalia dovrà comunicare l’ammontare dell’importo da saldare, in una o cinque rate a seconda di quanto richiesto nella domanda di adesione.
Dunque ci troviamo in una situazione di adesione che non da nessuna certezza degli importi da versare ovvero dell’importo delle singole rate.
Il risultato è che ci si potrebbe trovare di fronte ad un debito da saldare maggiore di quanto si era preventivato al momento dell’adesione

Una situazione che genera non pochi dubbi, per la quale tuttavia esistono due possibili soluzioni:

  1. Revocare l’istanza entro il 31 marzo 2017
  2. Non pagare la rata (o la prima rata) di luglio

le due possibili soluzioni vanno comunque analizzate nel dettaglio:

La revoca dell’istanza di adesione alla rottamazione

La domanda di accesso alla rottamazione costituisce una manifestazione di volontà già sufficiente all’accesso alla rottamazione, ovvero senza che sia necessario il pagamento della prima rata (o dell’unica nel caso sia scelta tale soluzione). È stato, tuttavia, confermato che è possibile ritrattare l’istanza presentando un’apposita dichiarazione in forma libera entro il termine del 31 marzo. Inoltre, non solo è possibile rinunciare ma anchepresentare una rettifica di riduzione.

Nel caso di dilazioni in corso
Come detto Equitalia comunica le somme da saldare entro la fine di maggio. Equitalia ha confermato che nel caso in cui il contribuente decidesse di non pagare la rata di Luglio, decadendo dalla rottamazione, può riprendere il pagamento delle rate delle eventuale rateizzazione concesse in precedenza.

Rimane da chiarire la questione della data alla quale deve risalire il precedente piano di rientro. Non sembra debba trattarsi necessariamente di dilazione in corso al 24 ottobre 2016, data di entrata in vigore del Dl 193/2016. Così come si ritiene che la sospensione delle rate in scadenza da gennaio a luglio, relativa ai debiti indicati nella domanda di definizione, si riferisca alla generalità delle rateazioni. Dovrebbe quindi essere possibile chiedere ora una rateazione alla quale si accompagni l’istanza di rottamazione.

In caso di accoglimento della rateazione, si potrà decidere a luglio cosa fare. Se si pagasse la prima rata, la vecchia dilazione è irrimediabilmente persa, e dunque con la conseguenza che se si decadesse dalla sanatoria, in qualsiasi momento, non si potrebbe più dilazionare il debito residuo.
Se invece si decidesse di non versare la rata di luglio (unica o prima di cinque), si potrà proseguire con il piano di dilazione già in essere.
A questo proposito, Equitalia dovrà chiarire come e quando si recuperano le rate sospese nei primi sei mesi dell’anno. Si spera che si possano pagare entro la fine del piano di rientro. Va comunque chiarito che non trovandosi in presenza di un’omissione da parte del debitore ma di una sospensione non collegata al buon esito della procedura e dunque è escluso che le somme dovute durante tale periodo siano da versare in un’unica soluzione alla ripresa del piano di rateizzazione

In presenza di rate scadute potrebbe non essere concessa l’accesso alla sanatoria.
Va tenuto in massima attenzione che sempre entro fine mese devono essere corrisposte le rate scadute a tutto dicembre 2016 per i soggetti che avevano dilazioni in corso al 24 ottobre 2016. Al riguardo, Equitalia conferma che l’obbligo riguarda anche le rate scadute prima dell’ultimo trimestre.
Si tratta peraltro di una condizione di accesso alla sanatoria in assenza della quale la domanda verrà rigettata.
Tale obbligo non sussiste invece né per le dilazioni concesse dopo il 24 ottobre né per quelle decadute a tale data. In proposito, la società di riscossione osserva che, poiché la decadenza dalla dilazione opera per legge, allo scopo occorre verificare le regole applicabili allo specifico piano di rientro, a prescindere dal ricevimento della formale comunicazione di Equitalia.

Presentare più di una domanda di rottamazione

Infine va ricordato che è possibile presentare più di una domanda che fanno riferimento a carichi di volta in volta diversi. In questo modo, si suddivide il rischio di decadere dalla rottamazione, evitando che il ritardo o l’omissione di un importo determini la perdita dei benefici per tutte le partite di debito.

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15 Feb 2017

Entro il 31.3.17 c'è la possibilità di definire in maniera agevolata le cartelle esattoriali affidate agli agenti della riscossione tra il 2000 e il 2016.

Con l’approvazione del D.L. 22 ottobre n. 193/2016, convertito con modifiche dalla Legge 225/2016, il legislatore ha dato la possibilità di definire in maniera agevolata le cartelle esattoriali affidate agli agenti della riscossione tra il 2000 e il 2016, con particolare riferimento ai carichi inclusi in ruoli e quindi ascrivibili unicamente ad Equitalia.

Somme oggetto dell’agevolazione

A rientrare in quella che viene più comunemente chiamata “rottamazione dei ruoli” sono tutte quelle cartelle esattoriali aventi ad oggetto Irpef, Ires, Irap, contributi previdenziali e assistenziali, imposta sul valore aggiunto (IVA), tasse smaltimento rifiuti AMA, canone RAI ma anche i ruoli emessi da Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni, quali ad esempio relativi all’IMU o all’ICI.
Non verranno comprese invece nella definizione agevolata le cartelle esattoriali collegate all’imposta sul valore aggiunto riscossa all’importazione, alle somme dovute “a titolo di recupero di aiuti di Stato” (ai sensi dell’art.14 del regolamento CE n. 659/99) e ai crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei Conti. Inoltre non rientreranno le multe, le ammende e le sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna e le sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada.

Importi da versare o non versare

Gli importi che il contribuente potrà scontare accedendo alla definizione agevolata saranno:

  • le sanzioni collegate alla maggiore imposta evasa,
  • gli interessi di mora
  • e somme aggiuntive ai crediti previdenziali (art.27, D.Lgs. 46/99).

Dal punto di vista dell’esborso effettivo il contribuente provvederà invece al pagamento integrale delle somme affidate all’agente della riscossione a titolo di capitale e interesse per ritardata iscrizione a ruolo, delle somme maturate a favore dell’agente della riscossione a titolo di aggio (da calcolare però solo sul capitale e sugli interessi da ritardata iscrizione a ruolo), delle spese di rimborso per le procedure esecutive, nonché delle spese di notifica delle cartelle di pagamento e degli interessi di dilazione (nel caso in cui venga fatta richiesta di rateazione delle somme dovute in seguito alla definizione agevolata).

Eccezione viene fatta sulla cartelle per violazione del codice della strada per le quali si pagherà interamente la sanzione, cioè la multa, escludendo comunque gli interessi, comprese le maggiorazioni previste per i tardati pagamenti dalla legge di depenalizzazione del 1981 (articolo 6, comma 11).

A seguito della presentazione della richiesta di rottamazione, vengono sospesi i termini di prescrizione e decadenza per il recupero dei carichi pendenti che sono oggetto della dichiarazione. Da quel momento l’agente della riscossione, relativamente ai carichi definibili in via agevolata, non può avviare nuove azioni esecutive ovvero iscrivere nuovi fermi amministrativi e ipoteche (fatti salvi i fermi amministrativi e le ipoteche già iscritti alla data di presentazione della dichiarazione).

È da precisare come il contribuente possa scegliere di definire solo alcuni ruoli indicati nelle cartelle ovvero solo alcuni carichi che compongono i singoli ruoli indicati nelle cartelle. Per tale motivo la sospensione delle procedure esecutive opera limitatamente ai carichi che sono stati oggetto di domanda di definizione agevolata e non una sospensione generalizzata dei carichi riguardanti lo stesso soggetto debitore.

La rottamazione dei carichi affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2016 può essere richiesta anche dai contribuenti che hanno già una dilazione in essere per gli stessi importi a debito; in particolare il Decreto fiscale prevede che venga loro riconosciuta la possibilità di presentare istanza di rottamazione qualora però risultino adempiuti tutti i pagamenti delle rate con scadenza dal 1°ottobre al 31 dicembre 2016.

Modalità di versamento

La normativa permette al contribuente che accede alla sanatoria di versare le somme agevolate in un’unica rata ovvero con una dilazione massima di 5 rate. In quest’ultimo caso saranno dovuti anche gli interessi di dilazione e il versamento delle rate potrà essere corrisposto con le seguenti modalità:

  • Prime 3 rate pari al 70% delle somme dovute con scadenza versamento per l’anno 2017, fissata nei mesi di luglio, settembre e novembre
  • Restanti 2 rate pari al 30% delle somme dovute con scadenza versamento per l’anno 2018, fissata nei mesi di aprile e settembre.

Come presentare la richiesta di rottamazione

L’istanza di accesso alla definizione agevolata può essere presentata sia on-line che allo sportello entro e non oltre la data del 31 marzo 2017. Equitalia provvederà al responso entro il 31 maggio 2017.

Riferimenti normativi
• D.L. 193/2016;
• Legge 225/2016;

13 Feb 2017
nuovi regimi per cassa 2017
nuovi regimi per cassa 2017

La nuova contabilità semplificata dal 1 gennaio 2017: dal principio di competenza a quello di cassa.

La legge di stabilità per l’anno 2017 (l. n. 232/2016) ha introdotto, a partire dall’1.1.2017 la contabilità semplificata per cassa. Più precisamente, l’art. 5 prevede la modifica dell’art. 66 TUIR, per effetto della quale, a decorrere dall’1.1.2017, le imprese in contabilità semplificata determinano il reddito in base al principio di cassa in luogo di quello per competenza. Come noto, si tratta dei due principi di determinazione della base imponibile su cui corrispondere le imposte in sede di dichiarazione dei redditi.
La regola generale del principio di competenza è che il reddito viene calcolato indipendentemente dall’incasso o dal pagamento, basandosi sull’insorgere dell’operazione, mentre per il principio di cassa è basilare il momento dell’incasso o del pagamento, al fine della formazione del reddito imponibile.

I soggetti interessati alla nuova contabilità per cassa

Le suddette novità apportate dalla Stabilità 2017 per i contribuenti in contabilità semplificata interessano i seguenti soggetti:

  • persone fisiche che esercitano attività imprenditoriale (i professionisti sono già naturalmente assoggettati al regime di cassa e pertanto esclusi da tale modifica normativa);
  • società di persone;
  • enti non commerciali che, oltre all’attività istituzionale principale, esercitano un’attività commerciale non prevalente;
  • trust, se esercitano un’attività commerciale non prevalente.

Questi contribuenti saranno costretti ad adottare detto regime di tassazione. Si tratta, quindi, di un obbligo per coloro che abbiano optato per la contabilità semplificata, avendone i requisiti. Inoltre, con l’aggiunta all’art. 5-bis del d. lgs. n. 446/1997 del nuovo comma 1-bis per le società di persone/ditte individuali in contabilità semplificata, anche la base imponibile IRAP è determinata sulla base del principio di cassa applicato ai fini reddituali.
Al contribuente è comunque concessa la possibilità di optare per il regime ordinario (dove vige il principio di competenza).

Confermati i requisiti per l’accesso alla contabilità semplificata

Va precisato, che la tenuta della contabilità semplificata (per cassa) per il primo anno di applicazione della legge è collegata all’ammontare dei ricavi conseguiti/volume d’affari realizzato nell’anno precedente. Ciò richiede, quindi, di verificare l’ammontare dei ricavi/volume d’affari dell’anno precedente al fine di poter “confermare” la tenuta della contabilità semplificata (per cassa).
In base al nuovo art. 18 del DPR n. 600/1973 (come modificato dalla Stabilità 2017), per il 2017 sono stati confermati i requisiti, in termini di limite dei ricavi, per la tenuta della contabilità semplificata, che corrispondono al conseguimento di un ammontare di ricavi/volume d’affari 2016:

  • non superiore a € 400.000 per i soggetti esercenti prestazioni di servizi
  • e € 700.000 in caso di esercizio di altre attività.

Per il 2018 il mantenimento della contabilità semplificata (per cassa), pertanto, richiederà la verifica dei predetti limiti con riferimento ai ricavi incassati nel 2017.

Primo periodo di applicazione principio di cassa

Il reddito del periodo d’imposta in cui è applicabile il principio di cassa è ridotto “dell’importo delle rimanenze finali che hanno concorso a formare il reddito dell’esercizio precedente secondo il principio della competenza”. In altre parole, le rimanenze finali 2016 costituiscono un costo deducibile nel 2017.
Di conseguenza, l’applicazione delle nuove regole può comportare per il 2017 il conseguimento di una “perdita”, per le imprese nelle quali l’ammontare delle rimanenze è rilevante. La disciplina delle perdite non è stata modificata e quindi per le imprese in contabilità semplificata la perdita non può essere riportata nell’anno successivo. L’anno successivo (2018) l’assenza della valorizzazione delle rimanenze incide sulla variabilità del reddito, influenzato solo dai ricavi/costi/spese di periodo.

Passaggio dal regime per cassa al regime ordinario

Al fine di evitare salti e duplicazioni di tassazione in caso di passaggio dal principio di cassa al regime ordinario (contabilità ordinaria), e viceversa, “i ricavi, i compensi e le spese che hanno già concorso alla formazione del reddito non assumono rilevanza nella determinazione del reddito degli anni successivi”. Così, ad esempio, un ricavo dichiarato per competenza nel 2016, incassato nel 2017, non assume rilevanza per il 2017; una spesa dedotta per competenza nel 2016, pagata nel 2017, non assume rilevanza per il 2017.

I registri da adottare – cosa cambia

Fino al 31.12.2016, i sui registri contabili erano costituiti da:

  • Registro IVA vendite;
  • Registro IVA acquisti;
  • Registro cespiti ammortizzabili.

Vigendo il principio di competenza non vi era, infatti, la necessità di dover indicare, a fini contabili e fiscali, alcun elemento ulteriore.
Dall’1.1.2017, subentrando il principio di cassa, ai registri di cui sopra si aggiunge il registro degli incassi e dei pagamenti, perché venendo il contribuente tassato solo su “quanta parte incassa meno quanta parte paga” occorre dare evidenza di ciò.
Pertanto, i registri da adottare saranno i seguenti:

  • Registro IVA vendite;
  • Registro IVA acquisti;
  • Registro cronologico degli incassi e dei pagamenti (in mancanza di questo si presume che l’incasso e pagamento siano avvenuti nella data di registrazione sui registri IVA).
31 Gen 2017

Dal 1 gennaio 2017 è entrato in vigore il nuovo regime dell’imposta sul reddito d’impresa (IRI), introdotto con la nuova Legge di Stabilità n.232/2016.

La ratio di tale disciplina è quella di separare la tassazione del reddito d’impresa assoggettato ad IRI dalla tassazione del reddito personale dell’imprenditore/socio (assoggettato ad IRPEF), uniformando così l’imposizione del reddito delle imprese a prescindere dalla forma giuridica (ditta individuale, società di persone/di capitali), con l’obiettivo quindi di favorire la patrimonializzazione delle imprese.

Soggetti interessati dalla nuova tassazione

Il nuovo regime dell’imposta sul reddito d’impresa è esercitabile su opzione ed è applicabile alle sole:

  • imprese individuali;
  • società di persone (s.a.s. ed s.n.c.);
  • s.r.l. trasparenti a ristretta base proprietaria.

Per tali soggetti, la condicio sine qua non per l’applicabilità del regime, è l’operatività in contabilità ordinaria, anche per scelta, per tutto il periodo di durata dell’IRI, vincolato ad almeno 5 anni.

Modalità di adesione al nuovo regime

La scelta dell’IRI va comunicata all’Agenzia delle Entrate nella dichiarazione dei redditi, riferita al periodo d’imposta in cui si è deciso di aderire. Dunque, chi ad esempio decide di optare per l’IRI già dal periodo d’imposta 2017, ne darà comunicazione nel Modello Redditi/2018 (periodo d’imposta 2017). Al termine del periodo “vincolante”, l’opzione non si rinnova automaticamente, bensì tramite rinnovo dell’adesione, come già scelto per entrarvi la prima volta.

Criteri di tassazione

  • Con l’applicazione dell’IRI si vuole uniformare la tassazione, alla medesima aliquota, per tutte le forme d’impresa ammesse al regime, indipendentemente dalla natura giuridica assunta, in quanto il reddito non distribuito è tassato sempre all’aliquota del 24%, che è generalmente inferiore all’aliquota IRPEF marginale massima dell’imprenditore o dei soci;
  • scindendo il reddito dell’impresa da quello dell’imprenditore, diviene possibile sgravare in modo sostanziale e percepibile il reddito reinvestito nell’impresa e mantenere una tassazione analoga a quella degli altri redditi da lavoro (dipendente o da pensione), sulla parte di reddito che l’imprenditore ritrae dall’azienda per soddisfare i propri bisogni; in sostanza, mentre si mantiene un’equità orizzontale ai fini IRPEF sui redditi personali dei diversi tipi di lavoro (dipendente, autonomo, imprenditoriale), si riconosce, concedendo un carico fiscale ridotto, l’utilità sociale della patrimonializzazione e dell’investimento nell’azienda;
  • la tassazione del reddito d’impresa dei soggetti IRPEF, sia essa ad aliquota proporzionale IRI sia essa ad aliquota marginale IRPEF, resta idealmente riferibile in capo all’imprenditore ovvero ai soci in ragione della quota di partecipazione agli utili, anche se versata dall’impresa o dalla società;
  • risultano deducibili dal reddito d’impresa le somme prelevate dall’imprenditore nei limiti dell’utile di esercizio e delle riserve di utili assoggettate a tassazione sostitutiva negli anni precedenti. In sostanza l’IRI è pagata sul reddito d’impresa che tiene conto delle variazioni fiscali, come pure le somme prelevabili e deducibili sono a carico dell’utile e delle riserve, nei limiti del reddito dell’esercizio e dei redditi dei periodi d’imposta precedenti assoggettati ad IRI.
  • le perdite maturate durante l’applicazione del regime IRI (dovute, ad esempio, ad eccessivi prelievi da parte dell’imprenditore/collaboratori familiari/soci) sono computate in diminuzione del reddito ai fini IRI dei periodi d’imposta successivi:
    • per l’intero importo che trova capienza in essi;
    • senza la limitazione temporale del quinquennio prevista dall’art. 8, comma 3, TUIR.

Il reddito prodotto dall’impresa e non distribuito come utile non concorre quindi alla formazione del reddito complessivo IRPEF dell’imprenditore/collaboratore familiare/socio ma è assoggettato a tassazione “separata” con l’aliquota IRI del 24%.
Pertanto, il reddito su cui applicare l’IRI è quindi rappresentato dal reddito d’impresa diminuito dei prelevamenti dell’utile/riserve da parte dell’imprenditore/collaboratori familiari/soci, nei limiti del reddito dell’esercizio e dei periodi d’imposta precedenti assoggettati ad IRI.
Di conseguenza, al fine di evitare la doppia tassazione del reddito prodotto ai fini IRPEF e IRI, le somme prelevate assumono una duplice rilevanza fiscale:

  • da un lato per l’impresa (deducibilità ai fini IRI in capo alla ditta individuale/società di persone);
  • dall’altro lato ai fini della tassazione in capo al percipiente (imprenditore/collab. familiare/socio).

I prelevamenti

Un aspetto importante che occorre considerare nello scegliere il nuovo regime IRI, riguarda quindi l’aspetto dei prelevamenti/distribuzione di utili da parte dell’imprenditore/società.
Di conseguenza, per un’impresa individuale, che rappresenta la principale fonte di sostentamento per l’imprenditore, l’applicazione dell’IRI sarebbe quasi o totalmente nulla, in quanto verrebbe a mancare la base imponibile, poiché la maggior parte dell’utile è prelevato dall’imprenditore per il proprio sostentamento.
Nel caso di una società che consegue utili elevati e li utilizza per autofinanziarsi, l’adesione all’IRI troverebbe utilità, in quanto lasciando gran parte dell’utile in società, lo si sottrae alla tassazione in capo al socio.

Riflessi previdenziali

Il regime IRI non ha particolare rilevanza ai fini previdenziali: infatti, per determinare la base imponibile IVS, non si tiene conto del reddito d’impresa assoggettato ad IRI bensì del reddito d’impresa conseguito dalla ditta individuale/società di persone, che quindi concorrerà a formare l’imponibile previdenziale.

Considerazioni operative e finali

L’applicabilità delle nuove disposizioni normative in campo IRI, necessita di particolare attenzione, in particolar modo rispetto alla rilevazione contabile dei prelevamenti/distribuzione di utili, di cui occorrerà darne chiara definizione nel passivo dello stato patrimoniale, tra le voci di Patrimonio Netto, distinguendo tra le riserve di utili formatesi prime dell’entrata dell’IRI e quelle formatesi in regime IRI.
Si attendono inoltre chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate in tema di regole di imposizione per le srl e riguardo le società che adottano il regime di trasparenza.
In generale quindi, nei criteri per la scelta opzionale di applicabilità del regime, occorre considerare soprattutto la situazione fiscale specifica del singolo contribuente e non principalmente la forma giuridica della società/impresa.

18 Gen 2017
limite al prelievo e versamento in contanti
limite al prelievo e versamento in contanti

Le ultime novità introdotte da decreto “Collegato alla Finanziaria 2017” definisce modalità di versamento e prelievo di somme contanti per imprese e lavoratori autonomi.

Se e quanto è possibile prelevare o versare in contanti attraverso il conto corrente di un’impresa o di un professionista deve sempre essere motivo di attenzione, nella misura in cui ogni somma deve avere un suo giustificato motivo; questo perché, diversamente, si presume che un prelevamento si sia reso necessario per un pagamento “in nero” o che un veramente sia un ricavo non dichiarato.

La circolare informativa è disponibile qui.

Tuttavia le ultime novità introdotte dal legislatore con un decreto “Collegato alla Finanziaria 2017” risolvono (anche grazie alle sentenze della Corte Costituzionale) alcuni dubbi. In estrema sintesi a seguito di tali novità, la presunzione in base alla quale i prelevamenti dal c/c bancario non giustificati costituiscono importi non dichiarati si hanno quando:

Per i Prelevamenti dal c/c

Prelevamenti per le imprese Imprese

Relativamente alle imprese è stato introdotto un limite all’operatività della presunzione con riguardo ai prelevamenti, disponendo che, ai fini dell’accertamento, va tenuto conto esclusivamente degli importi “superiori a euro 1.000 giornalieri e, comunque, a euro 5.000 mensili”.
L’operatività della nuova disposizione pone le seguenti questioni:

  • la presunzione è applicabile soltanto alla parte dei prelevamenti eccedenti i predetti limiti, ovvero se, superato il limite, la stessa opera per l’intero ammontare?
  • i limiti operano congiuntamente ovvero separatamente?

Nel primo caso, infatti, la presunzione opera in presenza, ad esempio, di 5 prelevamenti da € 1.001 nell’arco dello stesso mese, dato il superamento di entrambi i limiti, mentre non opera in presenza, ad esempio, di 7 prelevamenti da € 900 nello stesso mese, posto il superamento soltanto del limite di € 5.000 mensili.
Il contribuente, in presenza di prelevamenti superiori ai predetti limiti, può comunque dimostrare, come specificato dall’Agenzia delle Entrate nella Circolare 19.10.2006, n. 32/E, “la loro coerenza con il tenore di vita rapportabile al volume di affari dichiarato”.

Per i Lavoratori autonomi

Il Decreto Collegato alla Finanziaria 2017 ha eliminato il riferimento ai “compensi”. Di conseguenza, per tali soggetti, non opera (più) la presunzione basata sui prelevamenti.

Per i versamenti sul c/c

sia con riguardo alle imprese che ai lavoratori autonomi, continua ad operare la presunzione in base alla quale i versamenti, qualora ingiustificati, costituiscono reddito.

Decorrenza delle nuove disposizioni

Le nuove disposizioni sopra esaminate sono applicabili a decorrere dal 3.12.2016. In merito alla possibile applicazione retroattiva delle stesse, va evidenziato che l’Agenzia delle Entrate, nel fornire chiarimenti in merito all’estensione della presunzione sui prelevamenti in capo ai lavoratori autonomi ad opera della Legge n. 311/2004, nella Circolare 19.10.2006, n. 32/E aveva affermato che, avendo la disposizione “natura meramente procedimentale”, risultava applicabile anche per l’accertamento di annualità pregresse rispetto alla relativa entrata in vigore, intervenuta l’1.1.2005. Infatti la stessa regolamenta(va) “il potere istruttorio dell’amministrazione finanziaria e non direttamente le regole di determinazione e quantificazione del reddito”. Ora, posto che le novità in esame, analogamente all’intervento precedente, non comportano alcun mutamento sostanziale delle regole di determinazione del reddito, si ritiene che le stesse operino retroattivamente.
Di conseguenza, le imprese saranno tenute a giustificare i prelevamenti effettuati antecedentemente al 3.2.2016 soltanto se superiori alle nuove soglie. Ciò può avere riflessi (positivi) nei contenziosi in corso.
La circolare informativa è disponibile qui.