dati personaliIn caso di trattamento illecito dei dati personali del lavoratore da parte del datore di lavoro, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno, dovendosi presumere il pregiudizio subito.

 

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 14242 del 04/06/2018, ha stabilito l’automatica sussistenza del danno per il trattamento illecito dei dati personali del dipendente effettuato dal datore di lavoro, a meno che quest’ultimo non riesca a dimostrare di aver posto in essere tutti gli accorgimenti necessari per evitare la diffusione delle informazioni, o che la lesione arrecata al lavoratore sia irrilevante o che il lavoratore abbia in effetti tratto vantaggio dalla pubblicazione dei dati.

L’ordinanza esamina il caso di un dipendente dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli  – sottoposto a perquisizione personale, domiciliare e locale nell’ambito di un’indagine avviata dalla locale Procura della Repubblica – al quale veniva comunicato un provvedimento di trasferimento ad altra sede lavorativa mediante nota con protocollo ordinario e di pubblico dominio contenente le specifiche ragioni sottese al trasferimento, consistenti nella vicenda giudiziaria personale nella quale il lavoratore era stato coinvolto.

Il lavoratore ha dunque lamentato la violazione del proprio diritto alla riservatezza e  in ragione di ciò ha avanzato richieste risarcitorie per danni non patrimoniali derivanti dall’illecita diffusione dei dati giudiziari che lo avevano riguardato. Richieste, ritenute legittime dalla Corte di Cassazione a prescindere dalla prova della sussistenza e della entità del danno.

E difatti, sostengono i Giudici di legittimità che determina una lesione ingiustificabile del diritto alla protezione dei dati personali non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’art. 11 del Codice Privacy in materia di modalità di trattamento dei dati personali, ma soltanto quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva.

Dopo aver individuato il danno risarcibile ai sensi del Codice Privacy, la Corte, a conferma dell’orientamento giurisprudenziale formatosi sul punto, ha affermato che, una volta ritenuto che il bene violato faccia parte di quei valori fondamentali ovvero dei diritti inviolabili della persona, il danno è da considerarsi in re ipsa, cioè derivante automaticamente dalla commissione dell’illecito, e pertanto il Giudice dovrà disporre che il danno debba essere risarcito, quanto meno in via equitativa, salvo prova contraria addotta dal danneggiante che dimostri di aver posto in essere ogni misura atta ad evitare il danno.

 

Si riporta il testo integrale della sentenza: Cass. n. 14242 del 04/06/2018

 

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